
Preparazione efficace all'autogestione del diabete mellito.

Diabete di tipo 1 e Alta Montagna
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Perché l'alta montagna? Diciamo subito che, come tutte le attività sportive di alto livello, anche le salite in alta quota non rientrano nelle normali cure prescritte alle persone con diabete. Nelle nostre intenzioni hanno una triplice valenza:
- Costituiscono innanzitutto un messaggio di speranza per tutti, pazienti e familiari, che vivono ogni giorno la difficoltà di una malattia a torto considerata ancora spesso restrittiva.
- Inoltre, gli atleti di alto livello testimoniano l'importanza di un buon controllo del diabete per vivere e funzionare bene, e dimostrano con il loro esempio che un buon controllo è possibile... anche in circostanze sfavorevoli! Questo messaggio, amplificato dalla risonanza del business dello sport, ha maggiori probabilità di essere ascoltato dai giovani e anche dalle persone con diabete di tipo 2.
- Infine, se si considera che le imprese dei campioni possono attrarre persone verso uno stesso sport, l'alpinismo di alto livello ha il valore aggiunto di promuovere attività come l'escursionismo e il trekking in montagna, che sono particolarmente salutari, perché aerobiche e solitamente prolungato, spesso della durata di quattro-sei ore.
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Il progetto di quest’anno nasce verso marzo, dalla consapevolezza che la mia età avanza e che alle soglie degli 80 è ora di terminare un percorso iniziato nel 2002, quando mi aggregai per la prima volta al gruppo ADiQ. Dieci anni dopo ho raccolto il testimone da Marco Peruffo, guidando il gruppo DAM sulle vette più alte d’Europa e ora, al momento di mettere un punto, la scelta mi appare evidente: chiudere il cerchio tornando sulla vetta del Kilimanjaro (5895 m) per la stessa via percorsa ventidue anni fa.
Per l’organizzazione logistica mi viene spontaneo rivolgermi alla compagnia di Beppe Tenti, con la quale sono salito nel 1979 sul mio primo “6000”, il Nevado Pisco in Perù: allora si chiamava Trekking International e aveva sede a Torino; oggi ha sede a Milano, si è motorizzata e si chiama Adventure Overland, ma ha conservato un po’ della vocazione iniziale per il movimento lento.

La scelta della data cade, dopo qualche indecisione, su un periodo relativamente sicuro come meteo, ma probabilmente affollato... e così sarà.
Aderiscono al progetto 16 partecipanti: sette persone con diabete tipo-1; una persona con SM (Antonella Perna, di Avezzano, con il gruppo DAM da sempre); 3 medici (oltre a me, Claudio Molaioni e Fiammetta Troili); 6 accompagnatori “sani” (fra i quali: mia figlia Paola, per la prima volta con noi dopo mie infinite preghiere). A questi si unirà all’ultimo momento un accompagnatore di Overland: Giansergio Carnaroli, portando a 17 il numero finale dei partecipanti.
30 settembre. Partiti ieri con due voli Ethiopian Airlines, in 10 da Roma e in 7 da
Milano per convergere sullo stesso volo dopo lo scalo ad Addis Abeba, arriviamo finalmente a Moshi, dove ci accoglie un albergo molto confortevole. Come spesso accade nei paesi poveri, è stridente il contrasto con il caotico esterno, arido e rumoroso, tanto che si è poco desiderosi di varcare il cancello sorvegliato da guardie armate. Nel pomeriggio facciamo la conoscenza con il capo degli accompagnatori locali: Basil, che in Inglese ci spiega il programma e risponde alle nostre domande.
A cena si manifesta, per le persone con diabete, il solito problema di non poter calcolare l’ammontare calorico e la composizione qualitativa dei cibi, in particolare il loro contenuto in carboidrati, poiché i liquidi (l’immancabile minestra) sono misteriosi e i solidi sono spesso costituiti da miscugli altrettanto indecifrabili, se non per la presenza di numerose spezie e di pezzi giallastri che a volte sembrano patate, a volte banane. I partecipanti con diabete comunque, sono tutti attrezzati con sensori vari e misuratori continui della glicemia e capiranno cosa hanno mangiato osservandone le oscillazioni (a volte un po’ ampie). Con il passare dei giorni le cose spesso miglioreranno, grazie alla loro crescente esperienza.
1° ottobre. Da Marangu Gate (1870 m) a Mandara Hut (2700 m), 8 km.
Dopo una ricca colazione all’inglese, saliamo sul pulmino dove vengono anche caricate le sacche che affideremo ai portatori, e in circa un'ora e mezzo arriviamo al Marangu Gate – ingresso del parco – dove le operazioni di registrazione si prolungano inspiegabilmente, finché non arrivano alcuni militari con una bandiera della Tanzania e pretendono di farsi fotografare con noi. Finalmente si parte e ci accorgiamo con stupore che la bandiera con tanto di lunga asta ci segue sulle spalle di uno dei portatori.
Verso metà salita scopriamo il mistero della bandiera: l’ambasciatrice di Tanzania nei Paesi Bassi ha telefonato ai responsabili del parco raccomandando caldamente la nostra spedizione. Questo è accaduto perché Leonardo prima della partenza si è dato parecchio da fare poiché la nostra salita coincide con il 250° anniversario della fondazione delle Guardia di Finanza e, fra l'altro, ha informato dell’iniziativa la sua vicina di casa all’Aja, ambasciatrice di Tanzania, la quale si è entusiasmata all’idea e – senza avvisarlo – si è mossa per raccomandarci.

Il rifugio Mandara era già abbastanza bello nel 2002 e ora lo trovo solo un po’ cresciuto con l’aggiunta di numerose capanne a quattro posti, ampie e dotate di tavolo e sedie, con due comodi letti a castello dotati di materasso e cuscino. Dopo la distribuzione casuale delle chiavi, scopriamo che alcuni di noi sono capitati in due di queste nuove capanne, mentre agli altri sono toccate capanne più antiche, dall’aspetto (e dalle dimensioni) simili a cucce per cani. Mentre la coppia di sposini riesce ad adattarvisi, le 4 signore vi si accartocciano a stento e allora facciamo valere la prima raccomandazione, che serve a farle spostare immediatamente nelle due camere di lusso riservate ai VIP, ciascuna a due letti e dotata di doccia. Appena sistemati, i nostri accompagnatori indigeni ci portano bacinelle con acqua tiepida per sciacquarci e la stessa cosa faranno ogni giorno al mattino, svegliandoci con una tazza di caffè o the. Insomma, ci sentiamo abbastanza coccolati.

2 ottobre. Da Mandara hut a Horombo hut (3720 m), 11,5 km. Si parte subito dopo colazione e poco dopo, uscendo dalla foresta tropicale alla savana, grazie a una splendida mattinata si vedono le due cime dominanti della regione, corrispondenti ad altrettanti crateri: il Mawenzi (5149 m) e il Kibo, la nostra meta, che raggiunge con lo Uhuru Peak i 5895 m.
Come annunciatomi da Basil, i rifugi da qui in su sono molto cambiati rispetto al 2002. Infatti sia l’Horombo che il Kibo sono basati sugli stessi moduli a 4 posti. In particolare l’Horombo sembra una piccola città, con l’unico difetto di essere in pendenza: quindi per andare da una parte all’altra del villaggio, specie dopo mangiato, viene un gran fiatone. Anche qui alcuni capitano bene, in particolare Paola e Leonardo, e Costanza e Alberto, che hanno due doppie con doccia. Altri capitano discretamente, mentre alcuni decisamente male, ma con la promessa di un cambiamento per la sera seguente.


3 ottobre. Horombo hut.
Giorno dedicato all’acclimatamento: ci avviamo in direzione delle cosiddette Zebra Rocks, poste sulla via del M. Mawenzi. Da lì, dopo una sosta, saliamo ancora verso una cresta che ci porta in vista della Sella e torniamo al rifugio Horombo lungo la stradina principale che percorreremo domani in salita. Dislivello totale di oggi, circa 400 m.
Gemma, che ieri sera si sentiva un po’ di febbre, oggi si è riposata e la troviamo di nuovo in forma e con lo zaino pronto per la salita di domani. Come promesso, la direzione del parco ci ha messo a disposizione stanze migliori, di cui si avvantaggiano quelli che erano sistemati peggio.

4 ottobre. Da Horombo hut a Kibo hut (4700 m), 10 km.
Ormai si cammina in un’aria sottile, ma grazie alla dolcezza del pendio, agli zaini leggeri e al passo lento e regolare imposto dalle guide arriviamo al Kibo hut quasi senza accorgercene. Probabilmente le frequenti soste aiutano, compresa quella più lunga a metà percorso per consumare un pranzo completo. Personalmente non amo le soste frequenti e tanto meno mangiare durante la marcia, e presto ho imparato a difendermi: assaggio appena il cibo che ci offrono, e nell’ultima parte del percorso chiedo il permesso di non fermarmi e continuo a camminare piano piano (pole, pole come dicono qui), imitato da qualcuno dei partecipanti. Gemma, di nuovo molto affaticata, arriva grazie all’aiuto di uno degli accompagnatori indigeni al quale resterà particolarmente grata. Siamo a una quota da lei mai raggiunta prima, di poco inferiore alla cima del M. Bianco (4810 m), e domani molto opportunamente deciderà di non avventurarsi più in alto.
All’arrivo al Kibo hut mi aspetta una piccola arrabbiatura, quando Basil si avvicina e mi spiega che non c’è posto per noi e dovremo in parte accontentarci di un fatiscente dormitorio contenente sei letti a castello. Questa volta non c’è raccomandazione che tenga (anche perché qui il telefono non funziona) e Basil non sa spiegare come mai la sua prenotazione non abbia avuto effetto, mentre il gruppo di tedeschi che ci precede di poco si è comodamente spaparanzato in sei delle otto capanne “moderne”. Sarà anche per placare il mio nervosismo che poco dopo accetta senza fiatare di ritirare la proposta di partire per la vetta alle 23:30 anziché all’una di notte come previsto, e torna al programma originale: sveglia a mezzanotte, colazione alla mezza e partenza all’una.
L’organizzazione del parco si è responsabilizzata negli anni e attualmente sottopone a ogni partecipante un modulo del Lake Louise test per il mal di montagna, da auto-compilare ogni sera unitamente alla registrazione della saturazione di ossigeno. Mentre la saturazione di tutti si riduce a mano a mano che si sale, in parte forse anche per qualche errore di misurazione, nessuno mostra chiari sintomi di mal di montagna, e verso le 19 ci accingiamo fiduciosi a… aspettare la sveglia nei nostri sacchi a pelo.

5 ottobre. Da Kibo hut a Uhuru peak (5895 m) e ritorno fino a Horombo hut, +5,5 km, -15 km.
Durante la serata sono caduti circa 10 cm di neve, ma al momento di partire il tempo è sereno e la temperatura non particolarmente bassa. Partiamo dunque sereni in fila indiana alla luce delle lampade frontali, al ritmo lento imposto dalle guide. Ben presto però il passo lentissimo e un vento gelido che ha preso a soffiare dal basso, impediscono di scaldarsi e fanno soffrire il freddo alla maggior parte di noi. In alto, nel nero assoluto, brillano le lampade frontali dei tedeschi, che sono partiti un’ora prima di noi, e ogni tanto un paio di lucine si staccano dal gruppo. Ben presto incrociamo, uno dopo l’altro, ben cinque di loro che scendono pallidi e stravolti, tenuti per le braccia da uno o due portatori.
Noi procediamo compatti per le prime due ore, sempre affiancati da alcuni portatori che ci tengono d’occhio per intervenire in caso di bisogno e intanto cantano per tenerci su di morale. Io mi sento bene e per tre volte commetto l’errore di controllare le condizioni degli altri per poi accelerare e riguadagnare il mio posto nella fila; l’accelerazione però mi spompa e ogni volta impiego più tempo per riprendere fiato, fino a ripromettermi di non provarci più... ma ormai è tardi.


Dopo due ore di marcia, alla quota di circa 5000-5100 m tre di noi rinunciano, chi per i primi segni di mal dio montagna, chi perché impressionto dall'ambiente severo.
Poco dopo, alla prima sosta, Fiammetta appena fermata si sente venir meno e la facciamo sedere: a un breve esame escludo un mal di montagna ma pensiamo piuttosto a un’ipotensione ortostatica e ad ogni buon conto le faccio prendere 25 mg di prednisone. Da allora in poi starà benissimo e arriverà in cima come una scheggia.
Io non mi sento molto bene e dopo un po’ ipotizzo una crisi di fame. Mi sforzo allora di mangiare una delle mie barrette a base di malto-destrine anche se fatico un po’ perché il freddo l’ha molto indurita. Rapidamente le mie sensazioni migliorano, ma il disturbo si ripresenterà in seguito.
Alle 5:30 finalmente spunta il sole, ma il freddo rimane. All’ultima sosta alcuni chiedono di creare un gruppo più veloce, nella speranza di scaldarsi, mentre io resto indietro. Il loro desiderio di accelerare è però frustrato perché la guida mantiene il suo ritmo e io e Leonardo che siamo i più lenti per un po’ non ci distanziamo da loro.

Poco sotto il Gillman’s point (5681 m) dove il sentiero verticale raggiunge l’orlo del cratere, mi decido a cedere il mio zaino a Basil, un po’ per andare più veloce, un po’ per dare l’esempio a Leonardo che è in crisi. Raggiunto il Gillman’s point verso le 7, circa 10 minuti dopo gli altri, ripartiamo per l’ultimo tratto di circa 2 km in falsopiano. Il gruppo continua compatto a un buon ritmo, mentre io vado bene nel primo tratto in leggera discesa, ma appena si ripresenta la salita rallento come un bradipo e solo la spinta – non solo morale – di Paola mi permette di raggiungere la vetta alle 9. Leonardo arriva parecchio tempo dopo, spinto dalla forza di volontà e dal desiderio di tenere fede ai numerosi impegni assunti per la vetta, con l’esposizione della bandiera italiana e del gagliardetto della Guardia di Finanza.

Appena arrivato sbando mi accorgo di essere di nuovo in ipoglicemia: mi soccorre Costanza con un pacchetto di biscotti, perché nel frattempo sono rimasto senza barrette. Dopo di che... resto in mutande, perché la temperatura mite della vetta mi induce a togliere non solo i copri-pantaloni (che ero riuscito a infilare solo all’ultima sosta) ma anche la calzamaglia, approfittando dell’occasione per togliere il mucchietto di ghiaia che avevo nelle scarpe. A posteriori mi domando se non sia stato anche questo un effetto dell’ipoglicemia. Infine, dopo decine di foto di vetta, verso le 10:15 ci decidiamo ad avviarci per il ritorno e naturalmente, appena ricomincia il vento devo coprirmi di nuovo.
Al ritorno, poco prima del Gillman’s point, proprio dove nel 2002 uno dei partecipanti aveva avuto sintomi di HACE (Edema Cerebrale da Alta Quota), Leonardo va in crisi e Paola, io e Basil tremiamo. Per fortuna sembra solo un esaurimento fisico, ma gli dò per sicurezza una compressa di prednisone, dopo di che uno dei portatori lo sostiene durante la discesa fino al Kibo hut.
Arrivati lì, dopo un rapido pranzo e un mini-riposo sulla cuccetta, riprendiamo la strada verso valle, per raggiungere Horombo poco prima di cena. Leonardo riparte di buon passo e non mostra traccia di stanchezza: ulteriore prova dell’importanza della gestione della glicemia anche in soggetti “sani”. Alla fine della cena, la torta che ho ordinato per festeggiare il compleanno di Antonella ci viene servita accompagnata da canti e balli bellissimi e credo che la festeggiata non dimenticherà facilmente questi auguri.
6 ottobre. Da Horombo hut a Marangu gate, 20 km.
Ogni cosa bella ha una fine e percorriamo la interminabile discesa ripensando alle emozioni vissute nei giorni appena passati, scattando le ultime foto e interrompendo il cammino a mezzogiorno per l’ultimo pasto in rifugio.
Arrivati al Marangu gate, dopo le foto conclusive con e senza bandiere, scatta il canto e il ballo di tutta la squadra di Basil e la gran maggioranza di noi ne è inevitabilmente conquistata.
Quindi, dopo la solita ora e mezza di terrore sul vecchio pulmino che viaggia a sinistra, arriviamo in albergo ma l’agognata doccia deve attendere ancora la cerimonia della consegna dei diplomi da parte di Basil e delle mance “obbligate” e dei regali di abbigliamento da montagna da parte nostra ai portatori. Dopo cena, altra festa di compleanno, questa volta opportunamente bagnata da “champagne” e poi finalmente in doccia e a letto fra lenzuola pulite... ci sembra dopo tanto tempo.

Domani alcuni intraprendenti fanno visita a un mercatino in paese. Quindi ci aspetta il volo di ritorno durante il quale, nello scalo di Adis Abeba ci divideremo fra Romani e Milanesi e dopo altre sei ore e mezza torneremo, ricchi della nuova esperienza, alle nostre attività abituali, senza poterci impedire di sognare nuovi progetti...

[In questo viaggio hanno superato per la prima volta i 4000 m: Gemma e Lionello. Hanno superato per la prima volta i 5000 m: Claudio, Federico, Fiammetta, Francesco, Lionello, Marco e Martina.]
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Monte Cevedale-2016 – 5a riunione D.A.M.
Bishorn-2015 – 4a riunione D.A.M.
Dom-2014 – 3a riunione D.A.M.
Monte Bianco-2013, 2a riunione DAM (Diabete e Alta Montagna)
Gran Paradiso-2012 - 1a riunione DAM (Diabete e Alta Montagna)
ISLET-2005 (International Snow Leopard Expedition Type-1)
2002 - Diabetici Italiani Sul Kilimangiaro (DIsK)

7-17/1 2002. Spedizione organizzata dal gruppo ADiQ (Alpinisti Diabetici in Quota), presieduto da Marco Peruffo. Participanti: 11 personne con diabete, 5 medici, 1 coniuge.
La descrizione dettagliata dell’impresa può essere scaricata qui sotto (come pure un breve resoconto di M. Peruffo sulla sua successiva ascensione sul Monte Kenia) ⇓
DIsK-2002 Resoconto